S’accabadora

Avete mai visto un film ambientato a Cagliari?
La splendida vista di cupole e torri, che paiono appiccicate al cielo terso. Il luccicare del mare ai suoi piedi e le sue ambrate braccia che cingono il Golfo. Le strette strade tra i muri di pietra calcarea che scorrono come rigagnoli, da monte a valle, quelle vie che si tuffano e si schiantano in basso, spericolate.
Avete mai visto tutto questo al cinema?

Io no, mai.
Ed un po’ ringrazio questa imperdonabile ignoranza, perché assaporare per la prima volta la magia della tua città sul grande schermo è impagabile. Penso sia vagamente paragonabile al vedere la tua faccia sullo schermo di un cinema, o sulla quarta di copertina di un libro best-seller in cinque Paesi. O insomma, giù di lì.

Annetta, l’Accabadora di Enrico Pau, calpesta le strade polverose di una Cagliari dilaniata dal morso della Seconda Guerra mondiale. In sottofondo, il pianto della sirena antiaerea, lo schianto delle bombe, il sussurro di preghiere. I luoghi familiari, le strade conosciute, le case amate, quegli angoli caratteristici che ancora sono capaci di farti sospirare, sbriciolati in un cumulo di macerie. I tetti sfondati, i muri delle case crollati, spezzati come ossa rotte.

Questa donna silenziosa, dagli occhi tristi, straniera in una città che pare sbranata da una belva feroce, si cinge le spalle con uno scialle nero ed ignora il pericolo di una realtà che si sta lentamente sgretolando. Ignora la morte che arriva dal cielo e si propaga per la città come un gas velenoso.
Lei è amica della morte, lei è l’accabadora, colei che finisce. Colei che porta pace dove c’è sofferenza. Colei che cattura il respiro dei moribondi e li aiuta a passare oltre.
Lei è colei che libera.

L’Accabadora è un film di contrasti. Il contrasto fra un placido villaggio in mezzo alla campagna sarda e la città regia prostrata dal dolore. Il contrasto tra la morte donata e la morte imposta. Tra la desolazione del presente e la speranza nel domani.
Non spicca per l’intrico della trama, o per l’impeccabile recitazione, ma per la profondità dei silenzi, per l’eloquenza degli sguardi, per la forza delle immagini.
L’intero mondo in ginocchio, ma ancora la forza di sperare.

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“Sant’Efisio mi fai emozionare!” Cit.

 

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