Se a Gairo Vecchio tu andrai…

Un antico detto, che ho appena inventato, dice:

“Se a Gairo Vecchio un giorno andrai, rovine, fiori e incanto troverai.”

Ho passato ventitré estati della mia vita in Ogliastra, una regione selvaggia e brulla sulla costa est della Sardegna, dove chilometri di costa rocciosa si alternano a spiagge candide e dorate, dalla sabbia granulosa, che viene rapita e liberata dalla risacca di un mare profondo e profondamente limpido. Ma nel mio tanto pellegrinare, ancora non avevo conosciuto Gairo Vecchio, un piccolo paese arroccato su un colle e completamente abbandonato.

Racconta la leggenda di famiglia, che il padre di mio nonno, Modesto Marci, un giovane dallo sguardo fiero, folti favoriti castani e di piccola statura, vivesse a Gairo con la madre vedova e che andasse a trovare la fidanzata Fanny, orfana di padre e originaria di Baunei, che viveva con lo zio prete, a Barisardo. In sella al suo cavallo, mi piace immaginare senza staffe, percorreva le strette stradine in mezzo alle case intonacate, e poi via veloce per i ripidi sentieri in discesa verso la costa, camicia bianca e basco in testa, magari un piccolo regalo in tasca.

Fanny e Modesto si sposarono dopo la Grande Guerra, andando ad abitare nell’antica casa appartenuta al vecchio zio prete di lei, e a Gairo non tornarono più. Ma il paesino continuò a sopravvivere, indebolendosi sempre più. Le forti piogge causavano numerose frane già dalla fine dell’Ottocento e chi poteva, i giovani soprattutto, già lasciava il paese. Ma fu solo nel 1951 che il centro venne completamente abbandonato, a causa di un’alluvione che costrinse gli abitanti a migrare verso le coste, dove i più possedevano dei terreni, mentre altri, i nostalgici, diedero vita ad un altro centro poco più a monte che chiamarono Gairo Sant’Elena.

Di quell’antico borgo, che rivive nelle storie degli anziani e che riecheggia nei miei ricordi d’infanzia, non restano che rovine. Muri crollati, pavimenti sfondati, finestre come occhi aperti da cui entra il panorama delle montagne verdi di macchia mediterranea, gli alberi che si ergono dal centro delle stanze, con i rami nodosi che si stiracchiano verso il cielo, oltre un tetto che non esiste più. I nomi delle vie, un po’ sbiaditi, guidano per le stradine scoscese, in memoria di una vita vissuta, di una direzione postale, di un luogo d’incontro.

Ed allora mi sono ricordata di una canzoncina per bambini un po’ lugubre, in cui c’è una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina, dove non si poteva entrare dentro, perché non c’era il pavimento, ma era bella, bella davvero. Quella casa inesistente è un po’ come questo ricordo di abitazioni, che riparavano dal freddo, dal sole, dalla pioggia, che custodivano i segreti, l’amore e i litigi di ogni famiglia, la vita, la malattia e la morte di persone per cui queste case sdentate rappresentavano un nido, una sicurezza.

Ed ora sono aperte, nude e mute, con gli intonaci interni azzurro cielo, quelli esterni rosso mattone, esposti senza pudore agli occhi incantati di chi, la loro storia, può solo immaginarla.

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