Budapest, regina dei ghiacci

C’era una volta una città bellissima, protesa sull’ansa di un fiume possente chiamato Danubio, il quale attraversa l’Europa centrale, trasportado i profumi della Foresta Nera fino al Mar Nero, dove esplode in diverse direzioni, tuffandosi esausto nelle sue acque salate. Questa città cingeva quel tratto di fiume, e lo cinge ancora, quasi gelosamente, attraverso i suoi ponti maestosi, che arpionano la parte Ovest della città (Buda) come delle tenere braccia di ferro e pietra.

Nacque dall’amore fra tre città diverse, le quali si unirono ed insieme subirono e sconfissero gli invasori stranieri, che non mancarono di lasciare alla città diverse cicatrici, ma anche qualche regalo, abbandonato distrattamente nella precipitosa fuga, senza guardarsi più indietro. E fu così che, combattendo strenuamente tutte le sue numerose battaglie, e conservandone sempre il ricordo, con Celti, Romani, Mongoli, Turchi, Tedeschi e Sovietici, Budapest vinse sugli oppressori e si rese indipendente e libera, pronta a mostrare il suo vero volto al mondo, impaziente di ammirarlo.

Ma cosa vede il mondo adesso? A prima vista, Budapest è un circo, un grande parco intrattenimenti per turisti annoiati. All’attenzione del centro storico per la cura degli edifici e delle strade, si contrappongono numerose e insipide attrazioni, quale il bar di ghiaccio, con temperatura di -1°C, che rispetto alle medie invernali, costituisce un raro caso di clima temperato; oppure il percorso sotterraneo con tanto di lanterna a petrolio, in cui, a parte qualche manichino infilato in un abito Luigi XVI, regna la puzza di muffa e di combustione; o ancora il castello di Dracula, un edificio ingannevole, il cui unico scopo è attirare i portafogli di turisti ingenui, e un po’ fessi. Che dire, poi, dei ristoranti che chiudono i battenti alle dieci di sera, dei musei semivuoti per l’ingresso nei quali è richiesto un sostanzioso pedaggio, delle visite guidate lautamente ricompensate, che si concludono in una sala piena di pannelli che riproducono video prolissi e noiosi per ospiti delusi?!

Il vero animo della città si cela sotto la cortina degli artifici architettonici, dietro le luci opalescenti di false attrazioni e di antichità fasulle. Il Palazzo del Parlamento, in stile neogotico, è certo, meravigliosamente realizzato, riflesso sulle acque vorticose del Danubio, ma è freddo e senza carattere. Il Bastione dei Pescatori ha un abbagliante fascino fiabesco e regala una vista incantevole sull’antica Città di Pest, ma è di una bellezza ricercata, innaturale, apatica, che non ha nulla a che vedere con i belvedere selvaggi e pittoreschi di altri angoli d’Europa, nati naturalmente e semplicemente, come il Miradouro Santa Luzia a Lisbona, o il Mirador San Nicolas a Granada.

Ho assaggiato la vera natura di Budapest attraversando il ponte delle Catene la sera, i finestrini dell’autobus appannati per il freddo e i lastroni di ghiaccio immobili sulla superficie del fiume sotto di noi. Ho respirato Budapest la mattina, col cielo terso e l’aria gelida che si insinuava attraverso le pieghe della mia sciarpa ed il tessuto dei guanti. Ho gustato calde zuppe dentro i bistrot, spumose birre nei pub in rovina, dolci dessert alla mela e cannella. Ho conosciuto Budapest all’interno della Sinagoga Grande, una sinagoga Neologa che ricorda una cattedrale cristiana, ma ricolma di simboli e tracce di ritualità che nulla hanno in comune con il culto del Nuovo Testamento, ed è testimone più autorevole degli orrori del genocidio degli ebrei ungheresi, con il suo Cimitero degli eroi ed il suo monumento alle vittime della Shoah, l’albero della vita, un meraviglioso salice piangente argentato sulle cui foglie sono incisi i nomi di alcuni dei martiri dell’Olocausto. Ho compreso Budapest dentro la Casa del Terrore, un memoriale alle vittime della seconda guerra mondiale e del regime sovietico del dopoguerra, un intero edificio dedicato all’esposizione e illustrazione simbolica degli strumenti e degli ambienti che hanno caratterizzato una notevole fetta del XX secolo, stravolgendo il volto di un popolo.

C’era una volta Budapest, una bellissima regina, tutta guglie ed imponenti edifici che si specchiano sulla superficie dell’impetuoso Danubio, che per accattivarsi gli sguardi del mondo, si mostra frivola e svende le sue doti minori, celando un fosco e tormentoso passato dietro una patina di ghiaccio freddo ed impersonale. Ma quel passato penoso e straziante, ermeticamente sigillato dentro una scatola, esternamente adorna di pietre preziose e arabeschi, cola tra le cuspidi, sgorga dalle finestre, scorre per le strade ed inonda le coscienze degli osservatori più attenti, che guardano, elaborano e comprendono.

George Ezra – Budapest

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