Buona memoria

Due anni fa, visitai il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau e, da allora, lo ricordo come il giorno di maggiore consapevolezza e incredulità vissuto fino ad oggi. La Seconda Guerra mondiale, la Shoah, il genocidio sistematico, il valore infimo riconosciuto alla vita di alcuni, la programmazione fredda e l’esecuzione precisa del piano di eliminazione, sono solo alcuni degli argomenti che periodicamente affrontiamo e viviamo. I libri di scuola, i romanzi, i saggi, le riviste che abbiamo letto, o i documentari ed i film o le interviste a cui abbiamo assistito, da bambini, da adolescenti, da adulti, sono nulla. Il sentir raccontare da altri e da lontano, nelle nostre tiepide case, nelle nostre calde vite, non porta che una lieve brezza gelida e sulfurea, che si insinua dalle fessure delle finestre e che a malapena ci scompiglia i capelli.

Quindi sì, due anni fa ho avuto un dono grandioso, quello di poter fare un passo avanti rispetto alla conoscenza mediata che avevo avuto fino a quel momento, e almeno mettere piede su quel suolo: contemporaneamente, un simbolo ed un cimitero. Ed è stato diverso poi, immensamente diverso, guardare un documentario sull’Olocausto, dopo che con questi occhi ho visto, con questi piedi calpestato e con questi polmoni respirato Auschwitz. E l’ho fatto da visitatore, moderno e attrezzato, con tutti i comfort e la sicurezza che il mio modo di vivere all’occidentale, le mie medie conoscenze, mi consentono e mi infondono: nessuno può farti del male, il mondo è cambiato, tu sei italiana.

Ad Auschwitz, come canta Guccini, c’era la neve, congelata per terra, non candida, ma sporca, viscida e fangosa. Ad Auschwitz, quel 6 gennaio 2015, tirava un gelido vento, che sembrava abbracciarti e spingerti da tutti i lati. Ad Auschwitz non c’è un caldo pullmino che ti porta da un luogo all’altro per visitarne le varie tappe, ma cammini, con i piedi che affondando nel terreno morbido, col fango fino alle caviglie, lungo una ferrovia che si perde lontano, come in un disegno in prospettiva, nel centro del foglio. Il sibilo del vento nelle orecchie, i suoni assorbiti dallo spazio esteso. C’è silenzio, poca luce, tanto freddo.

Nessuno può farti del male, il mondo è cambiato, tu sei italiana.

I miei compagni di viaggio, per lo più, vivevano il mio stesso disagio, la mia stessa costernazione e, forse, il mio stesso spavento, per cui, magari, avevano anche loro necessità di ripetersi che nessuno poteva ferirci, che il mondo è cambiato e che siamo italiani. Nessuno avrebbe potuto farci spogliare dei nostri abiti, sostituendoli con un lurido e leggero pigiama a righe. Nessuno ci avrebbe tolto le scarpe, per lasciarci scalzi nella neve. Nessuno ci avrebbe impresso un numero nella carne, che avremmo dovuto sostituire al nostro nome. Nessuno ci avrebbe picchiato, insultato, minacciato. Nessuno ci avrebbe strappato alle persone che amiamo, alla vita che abbiamo (la famiglia, il lavoro, gli studi), per confinarci in un ghetto, poi prelevarci con la forza da casa e trasferirci lontano, nel nulla, a morire e scontare dei peccati mai commessi, in quell’inferno in terra, quando, poi, l’Inferno è più clemente.

Nessuno può farci del male, il mondo è cambiato, siamo italiani.

Una stretta minoranza, però, sembrava non provare le sensazioni della maggioranza. Una famigliola italiana scattava fotografie sorridendo all’obbiettivo, chiedeva agli altri di riprenderli in questa diversa gita fuori porta. In piedi sul monumento all’Olocausto, i due bambini si mettevano in posa: “Un sorriso a papà”. Click. Quest’anno ho ripensato a quella famigliola quando ho scoperto YOLOCAUST, un progetto fotografico di Shahak Shapira, che combina le foto scattate dai turisti in visita al Memoriale all’Olocausto di Berlino con reali foto scattate nei campi di concentramento, in un Photoshop orrendo ma illuminante: quindi, una dolce famiglia che sorride impettita su una pila di cadaveri. Siamo rimasti tutti costernati da questa dimostrazione di ignoranza e presunzione, ma dopotutto l’umanità non è un valore che si insegna, ma una qualità con cui si nasce e, purtroppo, non tutti gli umanoidi sono anche esseri umani (a volte, l’evoluzione è particolarmente crudele). Ed, in più, mi sono resa conto che il senso d’ingiustizia è un sentimento strettamente personale: pochi lo avvertono, anche se non direttamente toccati, ed ancora meno sono disposti a combattere le battaglie degli altri. Senza capire che una battaglia per uno solo, può essere una vittoria per tutti.

Nessuno può farci del male, il mondo è cambiato, siamo italiani.

E nel frattempo, nel resto del mondo si pensa a costruire dei muri per tenere fuori gli altri esseri umani, i messicani, gli asiatici, gli africani. In Europa qualcuno vorrebbe espellere i musulmani, le loro preghiere e i loro veli. Annega un immigrato in un canale a Venezia e gli onesti cittadini lo filmano con i propri smartphones.  La verità, l’unica verità, è che chiunque può farci del male, il mondo è sempre lo stesso, con qualche strumento di tortura in più, e noi non siamo italiani, siamo il mezzo per raggiungere un fine, il coronamento di un mondo ideale, in cui siamo tutti bianchi, ricchi e mangiamo carne di maiale. Per non essere quello strumento, anziché pellegrinare a Medjugorje, Lourdes, Assisi, prendete un volo per Cracovia, salite su un autobus e fatevi portare ad Auschwitz. Il giorno della memoria ci serve a ricordare che la storia è ciclica, e che siamo, sempre, tutti in pericolo.

Ma nessuno deve farci del male, il mondo può cambiare e siamo tutti uguali.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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