Granada, l’Alhambra e i giardini del paradiso

Ai piedi della Sierra Nevada, nel cuore pulsante dell’Andalusia, abbastanza in alto da renderla inespugnabile, siede, respira e vive una città, coraggiosa e fiera, che porta il nome di un frutto, la Melagrana, composto da tanti granelli, ciascuno con il proprio seme, la propria unica identità, che si sposa e si accompagna con quella di ciascuno dei chicchi ai quali è unita da una dura corazza che la rende impenetrabile.

Granada è un connubio, l’unione perfetta tra culture distinte. Ha un volto moderno, di città evoluta, disposta ad accogliere il visitatore curioso. Ha un corpo voluttuoso, sinuoso, elegante, come quello delle ballerine di Flamenco, che si muove al ritmo delle mani armoniose dei gitani che battono il tempo. Ha un cuore arabo, giusto, colto e raffinato. Ed il più grande, sublime custode di questo cuore è l’Alhambra.

Una fortezza araba sulla cima di un colle, una reggia fortificata che difende, ancora a distanza di secoli, un tesoro inimitabile, eppure tanto imitato, il simbolo principe di un mondo ormai scomparso e tanto osteggiato. All’interno, protetta dal tempo che scorre e dagli occhi del mondo, si nasconde l’ultimo frammento di paradiso sulla Terra.

Gli arabi la chiamavano Janna, il cui significato proprio è giardino. Nella cultura araba i giardini, con i loro fiori, gli specchi d’acqua, i giochi di luci e ombre generati dalle fronde degli alberi, sono il riflesso stesso del Paradiso. Addentrandosi nei giardini del Generalife, passeggiando fra i sentieri di fiori, accarezzando con lo sguardo gli archi di siepi che ne dividono gli ambienti, facendosi cullare dal mormorio delle piccole fontane e dei ruscelli artificiali, che irrigano gli arbusti, viene naturale estraniarsi dal tempo, astrarsi dal mondo circostante, e svuotare la mente.

Potrebbe bastare all’ospite medio fare quattro passi per il giardino dell’Eden e considerarsi appagato. Ma per un Re, un Re moro, ciò non era affatto sufficiente. L’Alcazar, il Palazzo Reale, custodito tra le mura della fortezza, possiede quell’incanto tipico delle fiabe de Le Mille e una Notte. Una foresta di lunghe ed esili colonne reggono alte pareti intagliate come il legno, arricchite da motivi geometrici che si intrecciano in un perfetto intarsio mai identico a se stesso, ma sublimemente equilibrato. Le colonne si serrano in archetti ogivali da cui pendono stalattiti di pietra, che paiono gocciolare come acqua in una grotta. Gli ambienti che si aprono, attraversato questo intreccio di arbusti di pietra, sono anch’essi maestosi, illuminati fiocamente da finestrelle intagliate nelle pareti a forma di stelle ottagonali, e ruotano tutti intorno a luminosi cortili, in cui sono scavati canaletti che convergono in un’unica fonte. Ovunque, nascosto ed evidente, il verso “Allah è l’unico vincitore”.

Non basterebbe un libro per descrivere lo splendore dell’Alhambra, la sua storia e le leggende che conserva. Non sarebbe sufficiente nemmeno per raccontare tutto ciò che gravita attorno all’Alhambra, una città che è rimasto il simbolo della Reconquista da parte dei Re cattolici della penisola iberica, emblema della forza della fede cristiana contro il dominio dei mori.

Nel panorama buio del medioevo crebbe, come una piantina in mezzo alle ceneri di barbarie e ignoranza, l’elegante fiore della cultura musulmana, un popolo coraggioso, intelligente ed elegante, che ha lasciato la sua traccia nei i secoli a venire, illuminando quell’angolo di penisola iberica con la luce del sapere, della raffinatezza e dell’amore per la vita, fino a che non rimase solo quel piccolo puntino luminoso, ai piedi della Sierra Nevada, invitto, splendido e orgoglioso, che poco a poco, si affievolì e si spense.

E tuttavia ancora, nonostante quell’epoca di splendore sia solo un ricordo,

“no hay en la vida nada, como la pena de ser ciego en Granada”.

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